ARMONIE D’ARTE Network
MITO E TEATRO GRECO
NELLO SGUARDO CONTEMPORANEO
LE DONNE DI NESSUNO
di Marcantonio Gallo
con Gaia De Laurentiis
21 luglio 2026 ore 22.00
Orto Botanico
Soverato (CZ)
PRIMA NAZIONALE
Gaia De Laurentiis Penelope
Marcantonio Gallo Ulisse
Stella Egitto Atena
Sabrina Knafitz Calypso
Maria Vittoria Casarotti Todeschini Circe
Giada Garatti Nausicaa
Daniele Mariani il Narratore
musiche dal vivo e dj set Francesco Forni
mise en espace Enrico Maria Lamanna
Tutti conosciamo l’Odissea: dieci anni di guerra e dieci di mare per narrare la leggenda di Ulisse. Ma in ogni mito c’è chi parte e chi resta, e stavolta le voci narranti sono di coloro che sono rimaste a terra. Cinque figure femminili salgono sul palco per riscrivere il mito, forse per smontare l’eroe: non più comparse o sirene di passaggio, ma testimoni di un’accusa che attende da secoli.
Atena apre il processo: Atena apre il processo: c’è dall’inizio. Lei l’ha protetto, guidato, manipolato dalla guerra di Troia fino al massacro dei Proci. Atena è colei che lo ha reso eroe per gioco divino. Ma a che prezzo? “L’ho creato io,” sussurra, “o forse l’ho solo salvato da se stesso e sua stessa mediocrità.”
Poi appaiono le altre, ormai solo ombre e rimpianti lungo la scia di una nave che non sapeva fermarsi. Circe, che lo ha visto deporre le armi per un anno di magie e piaceri, ridotta oggi a un ricordo sbiadito di chi credeva di essere una casa e si è scoperta solo un porto di passaggio. Calipso, la prigione dorata, colei che ha offerto un’eternità che Ulisse ha calpestato per guardare il mare, prigioniera lei stessa di un amore non corrisposto. E infine Nausicaa, l’innocenza che lo ha rivestito di dignità, usata come un intervallo necessario prima di riprendere la via del ritorno. Per Ulisse sono state tappe; per loro, lui è stato il naufragio.
Ma quando il rumore del mare svanisce, resta solo Penelope.
Se le altre sono fantasmi del passato, Penelope è l’unica realtà. Lei non è una tappa: lei è l’ancora e il traguardo. Mentre Ulisse si perdeva in letti divini, Penelope costruiva un regno dal nulla. Non solo ha aspettato; ha resistito. Ha trasformato il suo telaio in un’armatura, tessendo di giorno la sua autorità e disfacendo di notte le speranze dei suoi nemici. È Penelope la vera sfida di Ulisse.
Quando lui torna coperto di sangue e gloria, lei non cade ai suoi piedi. Lo mette alla prova, lo scruta, ne mette in dubbio l’identità. È lei che detiene le chiavi di Itaca e del cuore di quell’uomo stanco. Penelope rappresenta la potenza femminile che non ha bisogno di viaggiare per conoscere il mondo: lei è il centro immobile intorno a cui tutto ruota. Sposa ferma e madre fiera, Penelope chiude il cerchio, ricordando a Ulisse — e a noi — che il vero eroismo non sta nel partire, ma nell’avere la forza di restare ed essere ancora lì, vent’anni dopo, a pretendere la verità.
Questa narrazione ribalta completamente la prospettiva: non è più il viaggio di un uomo, ma la resistenza di una donna. Se le altre figure — Circe, Calipso, Nausicaa — sono parentesi o miraggi, Penelope è l’unica destinazione reale.
Penelope è il centro immobile del mondo.
Mentre Ulisse si perdeva tra i flutti, inseguendo la propria leggenda o combattendo i suoi stessi mostri e visioni, a Itaca il tempo non passava: veniva creato. Penelope non ha solo aspettato; Penelope ha protetto il vuoto di una assenza. Le altre — la maga, la dea, la fanciulla — sono state i peccati di Ulisse, i suoi rimpianti, o forse solo i fantasmi di un uomo che aveva bisogno di specchiarsi in occhi sempre nuovi per sentirsi vivo. Ma Penelope è la roccia su cui gli specchi si infrangono.
È lei la vera architettura del ritorno. Penelope costringe Ulisse Penelope a deporre la maschera dell’eroe. Mettendolo alla prova con il segreto del letto nuziale — quell’ulivo radicato nella terra che lui stesso ha intagliato — lei gli ricorda chi è veramente: non un navigatore errante, ma un uomo che appartiene a un luogo e a una donna.
Se Circe e Calipso lo hanno trattenuto con l’incanto, Penelope lo ha richiamato con la realtà. Una realtà tessuta di giorno e smagliata di notte, in una danza di intelligenza che nulla ha da invidiare all’astuzia di Odisseo. Mentre lui ingannava Polifemo, lei ingannava un’intera corte di pretendenti, trasformando il suo telaio in un’arma di difesa politica e psicologica.
Sposa, madre, ma soprattutto custode.
In Penelope la figura femminile non è più un premio da raggiungere, ma la fondamenta che regge il regno. È lei che mantiene l’ordine nel caos, che educa il figlio al ricordo di un padre che è poco più di un’ombra, che difende il trono con la fermezza del suo rifiuto.
Il vero ritorno non è Itaca, è Penelope. Quando Ulisse torna, le altre donne sono già cenere nella sua memoria.
Penelope è la riva che non si sposta. Senza di lei, l’Odissea sarebbe solo il vagabondaggio di un naufrago; grazie a lei, è la storia di un uomo che torna a casa. Uno spettacolo polemico e necessario. Perché ogni eroe ha bisogno di qualcuno che racconti l’altra versione.
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ARMONIE D’ARTE macrotema permanente:
Nuove rotte mediterranee
Declinazione annuale – 2026: APPRODI.
Attraverso le voci femminili dell’Odissea, il Mediterraneo non è più soltanto spazio di conquista, ma luogo di memoria, relazione e trasformazione. Penelope diventa metafora dell’ approdo come costruzione quotidiana, resistenza e custodia del senso. Lo spettacolo propone una nuova geografia emotiva e politica del mito, restituendo centralità a chi resta e rende possibile il ritorno. In questa rilettura, l’approdo non coincide con una terra raggiunta, ma con il riconoscimento dell’altro e della propria verità.
Chiara Giordano

